Risparmio gestito e amministrato: che differenza c’è e come scegliere

Il reddito che matura sui propri risparmi è soggetto a tassazione. Questa può essere applicata a monte, tramite trattenuta delle somme da corrispondere ai fini fiscali, oppure può prevedere l’obbligo di chi è titolare del reddito ad effettuare una dichiarazione dei redditi (o di inserire i proventi realizzati nell’anno fiscale). Le aliquote sono differenti, ma si hanno tre possibili strade per la tassazione: il regime amministrato, il regime dichiarativo e quello amministrato. Quali sono le differenze? Per poter rispondere e trovare il tipo di regime più adatto alle proprie necessità facciamo prima un po’ di chiarezza.

Regime dichiarativo o dichiarato

Se si opta per questo tipo di trattamento fiscale si ha l’obbligo di inserire in dichiarazione dei redditi sia le plusvalenze che le eventuali minusvalenze relative ai vari anni fiscali. Questo tipo di incombenza deve essere svolto dallo stesso dichiarante. Si tratta di un’opzione che raramente è obbligatoria. Può essere invece necessaria quando il broker con il quale si fa trading non è tra quelli autorizzati (e che rientrano nella direttiva Mifid), con obbligo di richiedere e ottenere la certificazione fiscale che attesti i guadagni e le perdite entro i termini necessari per la presentazione della dichiarazione.

Spesso viene scelta perché fino al pagamento delle tasse dovute, successive alla presentazione della dichiarazione dei redditi, si ha una maggiore disponibilità di denaro da reinvestire (comprensiva del capitale investito più il reddito maturato lordo) o si ha maggiore tempo per portare a compensazione eventuali perdite che potrebbero verificarsi anche allo scadere dell’anno.

Regime amministrato

Spesso quando ci si è trovati davanti ad un modulo di apertura del conto corrente siamo stati messi di fronte a una possibile scelta: regime amministrato o dichiarativo? Optando per la prima voce abbiamo delegato alla banca, al broker od alla società di investimento, l’obbligo di calcolare e trattenere le imposte dovute sul reddito maturato dall’investimento stesso. In questo modo non si hanno altre incombenze, visto che i proventi sono al netto dell’imposizione fiscale. Si tratta di una situazione che viene scelta soprattutto quando si fanno investimenti più sicuri, con un ritorno economico praticamente certo grazie ai bassi rischi: un caso tipico si ha con i conti deposito.

Regime gestito

Quest’ultimo tipo di “regime” si trova con meno frequenza sui vari moduli di apertura di investimenti ed è anche quello che ai più può risultare meno chiaro. Ma soprattutto rispetto a quello amministrato quale è la differenza? Sia nel regime amministrato che in quello gestito infatti è la banca o l’intermediario che dovrà occuparsi delle incombenze di tipo fiscale. Tuttavia nel risparmio gestito l’intermediario viene investito anche di un altro compito: quello di definire di volta in volta, oppure sulla base di un piano di investimento ben definito, le strategie di investimento che intende mettere in atto. Il broker, sulla base di queste scelte, dovrà anche vedere quando tassare ‘al momento di realizzo (tipico del regime amministrato) e quando invece è più opportuno attendere per portare in compensazione le minusvalenze o per poter investire una somma maggiore in momenti più favorevoli. In questi casi rinvierà la tassazione in una fase successiva, entro i limiti ed i termini previsti dalla legge fiscale.

Cosa cambia sull’importo “fiscale”?

La scelta del regime fiscale che si vuole far applicare non ha alcuna incidenza sulle aliquote che verranno applicate. Infatti sarà applicata sempre l’aliquota vigente (che al momento è del 26%) su tutte le plusvalenze e gli interessi maturati dai vari investimenti, con la sola eccezione di quelli che appartengono alla white list (come ad esempio gli investimenti assicurativi), i buoni postali e i titoli di Stato. Per questi l’aliquota vigente non ha subito modifiche da diversi anni, ed è ferma al 12,5%.

In entrambi i casi l’aliquota viene applicata sul guadagno puro: quindi ad esempio se abbiamo investito 100 mila euro e ne abbiamo guadagnati 10 mila, l’aliquota dovuta è applicata solo sui 10 mila euro.

Qualora oltre ai 10 mila euro ottenuti con questo investimento, avessimo maturato anche delle minusvalenze con altri investimenti, allora si devono considerare i proventi al netto delle minusvalenze: se le minusvalenze sono state di 5000 euro e il guadagno 10 mila euro, l’aliquota si applica sui 5000 euro risultanti dalla differenza.

Nota bene: Se perdite e guadagni si eguagliano allora non si pagheranno imposte ma si dovrà ugualmente fare la dichiarazione dei redditi. Se le minusvalenze superano le plusvalenze queste andranno riportate agli esercizi successivi.

E’ evidente quindi, che a livello gestionale e di calcolo, il regime amministrato è quello che finisce con il risultare un pochino più complesso rispetto agli altri.

Quale conviene di più?

Una volta compreso cos’è il regime gestito rispetto a quello amministrato oppure dichiarativo, non abbiamo ancora tutte le informazioni necessarie per poter scegliere tra uno dei tre sistemi in modo del tutto consapevole, specialmente se ci ispiriamo al criterio della maggiore convenienza.

In senso assoluto non si hanno dati che in assoluto ci permettano di dire quale è il tipo di regime fiscale che conviene sempre di più. Questo tipo di valutazione va fatta tenendo presenti:

  • le somme investite;
  • le modalità prevalenti di investimento e gli strumenti finanziari più utilizzati;
  • il proprio livello di esperienza di traders o investitore;
  • l’assiduità e la frequenza con cui si effettuano gli investimenti;
  • la prevalenza di situazioni in cui si fa un tipo di investimento in luogo di un altro.

Ovviamente se si ha poca esperienza, o non si ha il tempo oppure la voglia di investire in prima persona (ovvero senza avvalersi di un intermediario) il regime amministrato o quello gestito risulta il più opportuno.

Tra questi due, secondo delle simulazioni effettuate dagli esperti di Moneyfarm, è stato visto che è la gestione patrimoniale che permette di risparmiare, a livello di imposizione fiscale, di un importo che oscilla tra un massimo del 25% e un minimo del 15%. La differenza in questo range è determinata dalla composizione del portafoglio di investimento scelto. C’è da tener presente che la simulazione incontra dei limiti oggettivi poiché:

  • la valutazione è stata fatta su portafogli di investimento su Etf;
  • la simulazione è stata fatta su situazioni che hanno prodotto solo plusvalenze e nessuna minusvalenza.

Approfondimento: Meglio investire in conti deposito o etf?

Ultimo aggiornamento: 13 giugno, 2017

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